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Dalla parte dei contadini, sempre: a tu per tu con José Bové


Ha i baffi a manubrio, la pipa sempre in bocca e lo sguardo di uno che ne ha viste parecchie. È José Bové, attivista ed europarlamentare francese, una delle figure più note del movimento no global e da anni in prima linea per la difesa dei diritti dei contadini. Famoso soprattutto per lo smantellamento di un fast food McDonald’s a Millau, nel Sud della Francia, Bové ha fondato la Confédération Paysanne, il sindacato agricolo francese che si batte per un’agricoltura più rispettosa dell’ambiente, e ha partecipato a molte manifestazioni per difendere i contadini senza terra. La lotta contro l’industria agraria e gli Ogm sono solo alcune delle battaglie che l’hanno visto protagonista e che ne fanno il relatore ideale per la Conferenza Loro sono giganti, noi siamo moltitudine. Noi intanto l’abbiamo intervistato, leggete cosa ci ha detto!

È notizia di oggi che il Ttip non è più un pericolo per i produttori europei di piccola scala: cosa ne pensa? C’è qualcos’altro di cui dobbiamo preoccuparci?

«Confermo, in questo momento il Ttip è fermo. Negli Stati Uniti nessuno dei candidati alle elezioni presidenziali lo sostiene e in Europa l’opposizione dei cittadini ha guadagnato forza e alcuni governi, come quello francese, non hanno alcuna fretta di concludere i negoziati. Il Ttip non è più la nostra priorità: dobbiamo focalizzare le energie sul Ceta, l’accordo tra UE e Canada i cui negoziati si sono conclusi e la cui ratificazione potrebbe avvenire entro ottobre. Ceta e Ttip condividono la stessa filosofia: il Ceta è fratello gemello del Ttip e il cavallo di Troia delle multinazionali. L’Unione Europea è pronta, ancora una volta, a offrire grandi concessioni su cibo e agricoltura per garantire vantaggi al settore dei servizi e alle grandi industrie. Come sempre, i più colpiti saranno gli agricoltori su piccola scala e i prodotti di qualità, che sono l’identità dei nostri territori e che non vengono tutelati: solo il 10% delle Indicazioni Geografiche europee (ad esclusione dei vini) godrà di protezione in Canada. Questo significa, per esempio, che i più famosi formaggi italiani come il Parmigiano o il Gorgonzola avranno una protezione nulla o parziale, e la maggior parte dei formaggi meno noti correranno il rischio di essere copiati dai canadesi.»

French anti-globalisation activist Jose Bove smokes the pipe as he arrives to attend on October 20, 2008 in Paris a presentation of the alliance "Europe-Ecology rally". The rally gathers trends of the ecology politics to run for the EU elections on June 7, 2009. AFP PHOTO / FRANCK FIFE

Più di cento premi Nobel hanno di recente scritto a Greenpeace di fermare la loro campagna anti-Ogm. Secondo Lei perché l’hanno fatto e qual è la Sua risposta?

«Questo è un segnale interessante. I premi Nobel riguardano tre discipline scientifiche: medicina, chimica e fisica, tre ambiti della conoscenza che non sono direttamente collegati alla complessità del settore agricolo come le dinamiche dei terreni, la comunicazione inter specie, la biodiversità e l’ecologia. Non ho mai criticato la scienza, che è per me la massima rappresentazione della conoscenza umana, né ho mai disapprovato le attività di ricerca scientifica e sono convinto che sarebbe un errore molto pericoloso. Tuttavia, alcune delle tecnologie che vengono sviluppate da questi risultati scientifici sono commercializzati per avere un immediato ritorno economico. Anche questo è pericoloso. Alcuni degli argomenti della lettera firmata da quegli eminenti scienziati sono obsoleti. L’agricoltura ha bisogno della scienza per progredire, ma una diversa forma di scienza, una scienza che sia in grado di costruire un vero dialogo con gli agricoltori: i tempi sono maturi perché gli scienziati adottino un nuovo atteggiamento. Non voglio mettere in discussione l’integrità di quegli scienziati, ma è risaputo ormai che i legami finanziari fra i comparti di ricerca di alcune aziende e i laboratori delle università sono molto stretti: per difendere l’indipendenza della scienza è necessario investire denaro pubblico nella ricerca e nella scienza.»

Possiamo davvero fare la differenza nel sistema alimentare con le nostre scelte alimentari quotidiane?

«Il primo atto politico delle persone è il cibo che comprano: sono convinto che possiamo avere un impatto sul sistema alimentare mondiale già solo cambiando il nostro modo di mangiare. Per esempio, l’agricoltura biologica è l’unico settore alimentare in Europa che sta crescendo. Questa è la prova che sempre più persone sono davvero preoccupate per ciò che hanno nel piatto: sono consapevoli che i pesticidi hanno un costo nascosto, non solo per se stessi e la loro famiglia, ma anche per tutto il pianeta. Il successo di Slow Food è indicatore del fatto che le persone sono cambiate e considerano il cibo come un prodotto essenziale: si può vivere benissimo senza l’ultima TV a schermo piatto ma non senza pasta, pane, frutta e verdura.»

Oggi sia in Europa sia negli Stati Uniti i contadini vivono grazie ai sussidi delle politiche agricole. Questo sistema non è per niente efficiente ma non possiamo tornare indietro senza esporci al rischio dell’insicurezza alimentare. Secondo Lei quale sarebbe una valida alternativa?

«Il sistema attuale non è per niente efficiente, sono d’accordo, e non lo sarà fino a quando il commissario europeo Phil Hogan e la maggior parte dei ministri dell’agricoltura degli stati membri continueranno a credere che il futuro dell’Europa sia quello di esportare prodotti a basso valore aggiunto sul mercato mondiale e trovare nuovi clienti in Cina o in Messico. La prima priorità della politica europea dovrebbe essere quella di alimentare correttamente 500 milioni di cittadini, tutelando gli agricoltori in difficoltà. I sussidi devono essere riprogettati per aiutare gli agricoltori che lavorano in zone difficili a rimanere nella loro fattoria, non per migliorare la competitività degli agrobusiness di Parigi o del nord della Germania. Durante l’ultima riforma della PAC, ho dimostrato che l’Unione europea potrebbe avere un’agricoltura più efficiente addirittura risparmiando! Non è accettabile vedere i contadini vendere i loro prodotti a un prezzo minore dei costi di produzione. Al momento, la maggior parte dei sussidi va a sostenere l’agricoltura industriale, mentre l’agricoltura biologica e quella di piccola scala ricevono solo le briciole della torta.»

29_08_Bovè2Cosa ne pensa dell’agricoltura biologica su larga scala?

«L’agricoltura biologica è ormai una storia di successo. I primi agricoltori che decisero di ignorare i consigli degli agro tecnici e rifiutarono di usare biocidi furono considerati gente strana, persino settaria. Oggi la società ha capito ciò che hanno fatto per l’ambiente e per la qualità della produzione alimentare. Ma i precursori avevano un coinvolgimento totale in materia: non hanno accettato le condizioni imposte dal settore agroalimentare su molti aspetti. Oggi, molti grandi agricoltori si convertono al biologico solo per guadagnare di più. È un’evoluzione positiva visto che smettono di usare sostanze chimiche ma alcuni di loro sfruttano i lavoratori agricoli – spesso migranti – e questo non è accettabile: l’agricoltura biologica non può essere ridotta ai prodotti chimici in uso o meno, è importante anche il rispetto dei lavoratori.»

Se dovesse dire una cosa sola quale sarebbe la prima che cambierebbe nel moderno sistema alimentare?

«Imporre al settore agro-business di pagare un prezzo equo agli agricoltori. Non posso accettare il fatto che i produttori di latte non abbiano altra scelta se non quella di sbarazzarsi del loro latte al di sotto del costo di produzione vendendolo a una multinazionale come Nestlé: gli agricoltori devono essere remunerati prima degli azionisti!»

Pensa che la disobbedienza non violenta sia un buon modo di combattere le multinazionali?

«Sì, e molti esempi mostrano come la disobbedienza non violenta possa essere efficace. In Francia in quasi vent’anni non abbiamo esitato a distruggere, senza alcuna violenza contro le persone, un numero impressionante di piantagioni di colture Ogm e oggi le colture Ogm sono state abolite in quasi tutti i paesi europei. Questo caso è l’esempio lampante del fatto che la disobbedienza non violenta è uno strumento molto efficace che deve essere utilizzato ogni volta che è necessario.»

Pensi che le politiche agricole europee siano efficienti in generale? È meglio che fare politiche nazionali? Qual è la proporzione ideale?

«Le politiche agricole europee diventano sempre meno efficienti. L’ultima riforma della PAC ha ridato agli stati membri la responsabilità su questa politica comune, lasciando loro un enorme spazio per favorire la competitività, invece di promuovere la solidarietà e lo sviluppo rurale. Ne vediamo oggi il risultato: le grandi aziende agricole sono i vincitori e i perdenti sono gli agricoltori su piccola scala la cui unica opzione è quella di aspettare pazientemente la rendita di vecchiaia o per i più giovani, lasciare la terra e cercare di trovare un posto di lavoro altrove. E nonostante questo, molti giovani europei vogliono diventare agricoltori e propongono bei progetti per l’agricoltura di piccola scala: queste iniziative creano la possibilità reale di cambiare la realtà e mi danno una speranza concreta».

 

Francesca Monticone
f.montione@slowfood.it


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