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La denuncia dell’arte in difesa della biodiversità


Si può trattare un delitto contro la natura e le altre specie viventi alla stregua di un reato? Da qualche decennio le nostre società hanno iniziato sempre più spesso a rispondere a questa domanda con un sì.

Solo pochi giorni fa la Corte Penale Internazionale (ICC) de L’Aia ha annunciato che perseguirà i crimini legati al land grabbing, alla deforestazione selvaggia e allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali così come fa dal 2002 con i crimini contro l’umanità e i genocidi. Una svolta epocale per il tribunale, che ha scelto di dare un’interpretazione ampia del concetto di crimine contro l’umanità: perseguendo il land grabbing, ad esempio, si colpiscono le deportazioni di massa provocate dall’accaparramento di terre.

Ma quello che la giustizia e la società recepiscono dopo lunga elaborazione è da tempo, forse da sempre, al centro delle riflessioni di tanti artisti e letterati. Pensiamo a come, nel primo libro delle Georgiche, Virgilio mette in relazione la devastazione dei campi con le tragedie che colpiscono gli uomini al tempo della guerra civile. Oppure, per citare un solo esempio contemporaneo, alla mobilitazione dell’artista Amy Balkin per il riconoscimento dell’atmosfera come patrimonio dell’Unesco, con la conseguente richiesta di limitare le rotte aeree commerciali e l’inquinamento.

L’indiano Amar Kanwar è uno degli interpreti più attenti in quel filone dell’arte che indaga le trasformazioni innescate dall’uomo e dagli interessi geopolitici sul paesaggio. Ospite di Terra Madre Salone del Gusto, nel dialogo al Teatro Carignano con la direttrice della GAM e del Museo d’arte contemporanea del Castello di Rivoli Carolyn Christof-Bakargiev, Kanwar spiega le ragioni che l’hanno portato da una vocazione iniziale di documentarista a un impegno artistico militante.

«Parlare di natura e sostenibilità – spiega Christov-Bakargiev – non è sempre facile per un artista, perché spesso questi termini sono stati cooptati dall’industria e dagli interessi economici al punto di smarrirne il significato». Per Kanwar, allora appena ventenne, il punto di svolta è il 1984: le rappresaglie violente sulla minoranza sikh dopo l’omicidio di Indira Gandhi e il disastro di Bhopal, dove l’incendio di un’azienda americana di fitofarmaci provoca la morte di circa 21mila persone, innescano il suo attivismo radicale.

La sua opera guadagna notorietà internazionale con A Season Outside, un’indagine sulle tensioni tra India e Pakistan attraverso i volti dei soldati impegnati nel cambio della guardia sul confine. Ma è soprattutto il lavoro su The Lightning Testimonies a consacrarlo: qui gli interrogativi sul senso della violenza toccano un tema spaventoso come lo stupro.

Un episodio in particolare colpisce Kanwar durante la realizzazione del suo progetto. In un villaggio montano dell’India, l’autore si trova a confrontarsi con un giovane a proposito di una violenza sessuale avvenuta in quel posto: «Il giovane cercava di farmi capire cosa fosse accaduto senza però essere troppo diretto. Mi portò nel punto più alto del villaggio, mostrandomi un albero di arance. Mi spiegò che quell’albero era il più antico, quindi, in un certo senso, era stato testimone delle vicende vissute dalla comunità umana».

Il parallelo tra violenza sull’uomo e violenza sulla natura affascina l’artista: «Parlando con loro mi sono reso conto di come molte vittime, e molti parenti delle vittime, tendano ad archiviare i ricordi nella natura. Per molti versi l’ambiente che li circonda diventa un serbatoio di ricordi della violenza subita».

Di qui l’ispirazione successiva: The Sovereign Forest, del 2012, è un allestimento multimediale di cui fa parte il film The Scene of Crime, proiettato oggi per la prima volta in Italia al Castello di Rivoli, in occasione di Terra Madre Salone del Gusto. Il film è dedicato ai risicoltori dello stato indiano di Odisha (Orissa), un territorio ricchissimo di biodiversità che ha subito una devastazione sia ecologica che sociale in seguito all’acquisto di grandi appezzamenti da parte delle multinazionali.

«Con le mie opere non interrogo un solo tema, ma parlo in generale della portata e della diffusione della violenza. E anche la distruzione della biodiversità si associa a una grandissima violenza» spiega Kanwar. A volte, aggiunge, bisogna allontanarsi un po’ dall’oggetto osservato per comprenderlo meglio: «In The Scene of Crime ho deciso di fare un passo indietro per osservare meglio questa “scena del crimine”. Ho voluto portare una serie di prove del crimine avvenuto, proprio come se mi trovassi in tribunale».

L’obiettivo, al di là della denuncia, resta la comprensione. E Terra Madre ha offerto un’occasione in più per arrivarci: «Terra Madre è collegata a molte scene del crimine sugli animali e i vegetali in tutto il mondo. Io mi sono chiesto perché questi crimini avvengano. E ho pensato che il problema sia che noi non comprendiamo davvero questi crimini. Ecco perché continuiamo a perpetrarli».

Andrea Cascioli
a.cascioli@slowfood.it


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