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Earth Overshoot Day: ci stiamo mangiando il pianeta


Niente di imprevisto purtroppo: di anno in anno si anticipa la data in cui il fabbisogno di risorse dell’umanità è superiore alla disponibilità che il pianeta può offrire. Oggi, 8 agosto 2016 è Earth Overshoot Day. Vi ricordate? Nel 2000 era a fine settembre. «È passato un altro anno e siamo sempre qui a raccontarcela come se si trattasse di una notiziola qualunque. Invece è la notizia più rilevante per la nostra specie. È quella su cui dovremo riflettere ogni giorno per trovare urgentemente una soluzione al prossimo collasso della biosfera e della società» scrive oggi su La Stampa Luca Mercalli. Possiamo dargli torto?

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Il fatto è questo: dal 1970 in poi, ogni anno, consumiamo di più rispetto a quello che i pianeta ci può offrire. Oggi, più dell’80% della popolazione mondiale vive in nazioni che utilizzano più di quanto i loro ecosistemi possono produrre in modo rinnovabile. Questi paesi prosciugano le loro risorse ecologiche o le prendono altrove. Ci vorrebbero quattro Italie per sostenerci, se ognuno dovesse vivere come lo statunitense medio, ci vorrebbero quattro pianeti per sostenere la popolazione mondiale.

Sono dati che sembrano interessare poco: le soluzioni non possono certo essere lasciate esclusivamente all’iniziativa individuale, ma è tantissimo quello che possiamo fare noi ogni giorno. Basta pochissimo: scegliere per quanto possibile produzioni di prossimità, e magari evitare di fare viaggiare inutilmente prodotti che possiamo trovare localmente, comprare dal produttore, riscoprire i legumi, gli avanzi ed evitare gli sprechi, fare attenzione quando usiamo l’acqua. Pensate che solo riducendo il consumo di carne a una/due volte la settimana i vantaggi sarebbero immediati: se tutti gli olandesi (sono circa 17 milioni), per esempio, non mangiassero carne per 5 giorni la settimana si risparmierebbero di 16 megaton di Co2, che equivale a 32 milioni di viaggi aerei di andata e ritorno Amsterdam – Torino (dati elaborati dall’Istituto per gli Studi ambientali della Libera Università di Amsterdam).

Considerate che l’allevamento di animali genera il 14,5% delle emissioni globali di gas serralegate alle attività umane (dati Fao): più dell’intero settore dei trasporti (stradali, aerei, navali e ferroviari) che ne producono il 13,5%. Non solo: produrre una caloria di carne costa otto volte in più la quantità d’acqua necessaria a produrre una caloria vegetale. E sappiamo che gli allevamenti industriali provocano l’alterazione irrimediabile di habitat ed ecosistemi. Variare anche solo le specie consumate (tacchino invece di pollo broiler, anatre, fagiani…) e privilegiare i tagli meno noti (in realtà dovrebbero essere i più conosciuti visto che sono i protagonisti della nostra storia gastronomica) significherebbe apportare notevoli cambiamenti.

E sicuramente, scegliere animali che provengono da allevamenti estensivi, ovvero quelli in cui gli animali sono liberi di muoversi  e pascolare su una superficie di media o grande estensione, all’aria aperta. Oltre a rispettare di più allevatori e animali, diamo una mano all’ambiente. pecoreUn esempio? Nel caso di un hamburger fatto con la carne di razza maremmana (Presidio Slow Food), la Carbon Footprint complessiva (includendo le emissioni biogeniche) è 3.2 kg CO2-eq, contro 4.6 CO2-eq di un hamburger da allevamento convenzionale. Tuttavia, le emissioni dovute alle pratiche di allevamento condotte in azienda (principalmente energia e mangimi, escludendo le emissioni biogeniche) sono molto basse (0.4 kg CO2-eq contro 1.9 kg CO2-eq di un allevamento convenzionale). In altre parole, se si preferisce questo tipo di carne si risparmiano 1.4 kg CO2-eq, ovvero si evitano il 30% di emissioni. (Studio condotto da Indaco2, Università di Siena).

Ribadiamo, non le istituzioni per prime dovrebbero intraprendere questa strada e cambiare decisamente rotta rispetto alla totale noncuranza attuale. Ma anche noi nel nostro piccolo possiamo fare tanto.

Anche Slow Food fa la sua parte: Terra Madre e Salone del Gusto 2016 (a Torino dal 22 al 26 settembre) sarà il nostro primo evento totalmente alimentato da energie rinnovabili certificate. E come in tutte le nostre manifestazioni ridurremmo all’osso l’impatto negativo sull’ambiente grazie al progetto/studio «Eventi a ridotto impatto ambientale» che ha cambiato struttura e volto delle nostre manifestazioni riducendo l’impatto sull’ambiente del 65% rispetto al 2006.

E non mancheranno i momenti di riflessione sul tema. A partire dal Forum di Terra Madre Non mangiamoci il clima, dove agricoltori della rete Slow Food provenienti da tutto il mondo si confronteranno su come affrontare le conseguenze del riscaldamento globale. Tra le conseguenze non possiamo dimenticare la nascita di una nuova tipologia di rifugiati, quelli climatici: persone costrette a fuggire dal proprio paese anche a causa della devastazione prodotta dall’innalzarsi delle temperature. Ne parliamo durante il workshop Le migrazioni climatiche – I casi dell’Etiopia e del Marocco. Gli effetti devastanti da cui queste persone scappano sono stati oggetto di studi e ricerche del regista Yann Arthus-Bertrand per oltre trent’anni. Il regista sarà relatore alla conferenza Il pianeta Terra visto dal cielo e attraverso i volti dell’umanità nella quale si cercherà di capire perché il genere umano continua a devastare il pianeta e perché prevalgono sistemi economici basati sul profitto, sullo spreco, sulla distruzione delle risorse naturali. Invece, il consumo intelligente di carne sarà invece argomento del Forum Slow Meat: meno carne, di migliore qualità.


A cura di Michela Marchi

m.marchi@slowfood.it


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