-Fatti un’agriCUltura: il futuro del cibo è nelle nostre mani!- Fatti un'agriCUltura: il futuro del cibo è nelle nostre mani!
 


torna alle news

Fatti un’agriCUltura: il futuro del cibo è nelle nostre mani!


«La strada è piena di pericoli. […] Il primo è quello dell’inutilità; credere che non ci sia nulla che un uomo o una donna possano fare contro l’immensa schiera dei mali del mondo. Eppure […] ogni volta che un uomo si batte per un ideale, si dà da fare per migliorare la sorte degli altri o lotta contro l’ingiustizia, genera una minuscola onda di speranza, e queste onde, provenienti da milioni di centri d’energia e di coraggio diversi, creano incontrandosi una corrente capace di abbattere le più possenti mura dell’oppressione e dell’ostilità».
Robert Kennedy

Leggerlo mi era di conforto, per questo Robert Kennedy aveva conquistato un posto sul muro della mia stanza, da ragazzina. Così vuole essere questo pezzo, non un candidato murales, ma una fonte di speranza per noi che stiamo comprando le pesche biologiche a 3,5 euro al chilo e ci chiediamo se davvero è la cosa giusta da fare per noi e per l’ambiente. Del potere straordinario di noi cittadini, che votiamo tre volte al giorno con i nostri pasti, parliamo a Terra Madre Salone del Gusto, nella conferenza Loro sono giganti, ma noi siamo moltitudine con l’europarlamentare José Bové e la professoressa Marion Nestle.
E da due persone di questo calibro non vogliamo certo farci trovare impreparati: analizziamo insieme due questioni che negli ultimi anni sono state molto dibattute e vediamo cos’è stato fatto e cosa c’è ancora da fare.

Agricoltura biologica

Cos’è stato fatto
bio«i fiori sono morti / e le more avvelenate / senza pensarci troppo / hanno usato il trattamento / ho provato a dirlo agli altri / guardate che sbagliate / se il grillo torna al campo / anche voi ci guadagnate» cantavano i Tre allegri ragazzi morti, punta di diamante del punk rock pordenonese. E se qualcuno ha usato dei pesticidi in meno probabilmente è anche merito loro, così come di Pasolini che avrebbe dato «l’intera Montedison per una lucciola», di Wendell Berry per il quale «mangiare è un atto agricolo» e anche nostro, che ogni giorno facciamo attenzione a quello che mettiamo nel carrello della spesa. E che dire dei padri del biologico, gli agronomi Pfeiffer e Howard, che per primi studiarono un’agricoltura alternativa, e furono d’ispirazione per Müller e Rusch, un biologo svizzero e un medico tedesco che nel 1945 idearono un metodo di agricoltura “organico-biologica”. Molte cose sono cambiate da allora e l’agricoltura biologica, rafforzata dalla Rivoluzione verde degli anni ’60-’70, ora è regolamentata in molti Paesi: la Commissione europea definisce l’agricoltura biologica come «un modo di produrre il cibo che rispetta i cicli naturali della vita e minimizza l’impatto dell’uomo sull’ambiente». La prima legislazione comunitaria in materia risale al 1991, quando il Reg. (CEE) 2092/91 stabilì una serie di princìpi e regole ben precise – poi aggiornate nel 2007 con il nuovo Reg. (CE) 834/07 – da rispettare per accedere a una certificazione biologica, la nota fogliolina stilizzata su un rettangolo verde brillante. Pensate a quante persone ci sono dietro un progresso che ci sembra così semplice e quasi scontato: agronomi, contadini, scrittori, politici, legislatori, grafici, economisti e massaie, tutti hanno fatto parte – consapevolmente o meno – di un processo che ha portato alla formazione di un mercato che vale più di due miliardi di euro solo in Italia (dati Ismea) con indubbi vantaggi per l’ambiente. Secondo il Rodale Institute, infatti, l’agricoltura biologica usa il 45% dell’energia in meno e riduce del 40% le emissioni di gas serra, a fronte di pari rese.

Cosa c’è ancora da fare
«Possono essere biologiche le produzioni massive che necessitano poi di grandi esportatori o comunque di una distribuzione di larga scala? Se il biologico riduce il suo sguardo al mero “prodotto senza residui”, non sta in realtà tradendo il suo stesso nome? Possono essere biologiche le produzioni di un’azienda che, con un altro ramo di investimenti, inquina e ammala il terreno? Non possono. E se una cosa dobbiamo fare, come cittadini, è sorvegliare affinché non ci rubino le parole»[1]. Oggi ben il 41% delle vendite di prodotti biologici avviene nella GDO e proviene quindi da grandi fattorie che, certo, hanno tutte le carte in regola per essere definite biologiche dalla certificazione ma rientrano nella stessa logica consumista e standardizzata dell’agricoltura convenzionale. E allora che biologico sia, ma che lo sia davvero.

Ttip

Cos’è stato fatto
stopTTIPSlow Food ne parla da tempo e non siamo i soli a occuparcene: nell’ottobre 2014, più di 200 organizzazioni europee con l’Iniziativa dei Cittadini Europei Stop Ttip raccolsero 500.000 firme in cinque giorni contro il Transatlantic Trade and Investment Partnership, per chiedere di porre fine ai negoziati tra Stati Uniti e Unione Europea. Un anno dopo le firme depositate diventarono 3.2 milioni, perché le preoccupazioni erano – e sono – ancora tante, dalla mancata trasparenza ai rischi per la salute e per i produttori di piccola scala, ed è bello sapere che siamo in molti (moltissimi!) a condividerle. In questi anni, le manifestazioni contro il trattato hanno riempito molte piazze d’Europa e una miriade di eventi minori hanno aggiunto un piccolo tassello. La svolta è avvenuta con la pubblicazione dei documenti delle trattative, resi noti da Greenpeace nel maggio scorso, e poi a catena l’accesso ai negoziati da parte dei parlamentari italiani e la defezione della Francia hanno reso sempre più improbabile la ratifica del Ttip.

Cosa c’è ancora da fare
Non dobbiamo cantare vittoria, perché se il Ttip sembra quasi sconfitto, il suo fratello gemello, il Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement) è alle battute finali. Negoziato con il governo canadese ma con le stesse modalità del Ttip, il Ceta condivide la stessa filosofia del Ttip: il presidente della Commissione europea Junker ha recentemente dichiarato di voler omettere i parlamenti nazionali dalle trattative, lasciando all’Europa la facoltà di decidere. La dichiarazione ha suscitato un’immediata levata di scudi da parte di alcuni primi ministri europei: ma non sentiamoci al sicuro e continuiamo a informarci anche sotto la calura estiva!

Anche tu stai immaginando José Bové e Marion Nestle discutere animatamente di questo e molto altro? L’immaginazione diventa realtà nella conferenza Loro sono giganti, ma noi siamo moltitudine: cosa aspetti? Prenota subito il tuo posto!

 

[1] C. Scaffidi, Mangia come parli, Slow Food Editore, Bra, 2014

Approfondimenti sul Ttip qui, qui e qui.

 

Francesca Monticone

f.monticone@slowfood.it


Un evento di
 Città di Torino
 Slow Food
 Regione Piemonte
In collaborazione con
Mipaaf
Con il contributo di
 
Official Partner
 
 
 
 
 
 
 
Sostengono Fondazione Terra Madre e Slow Food
 
 
 
Con il sostegno di
 
 
 

Terra Madre Salone del Gusto
Slow Food Promozione P.Iva 02220020040
© Terra Madre Salone del Gusto 2016 - All rights reserved