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Gastronomia libera: diciamo no ad agromafie e contraffazione!


«Moussa viene dal Burkina Faso ma oggi vive nella piana di Gioia Tauro, in Calabria. Nel 2010 si salvò per miracolo dai pestaggi della rivolta di Rosarno e grazie a Libera Terra ha trasformato la propria vita, da forza lavoro a disposizione delle ‘ndrine a lavoratore con dignità e diritti riconosciuti, nella cooperativa Valle del Marro. Niente più arance campane, niente salari da fame, freddo, violenza, sfruttamento: ora coltiva i terreni confiscati alla mafia per produrre paté di peperoncino piccante, melanzane sott’olio e molti altri prodotti eccellenti». Tiziana Di Masi è un’attrice di teatro civile e nel suo spettacolo Mafie in pentola, è lei a raccontarci questa storia, la storia di Moussa e di molti altri, migranti come lui, che in Italia incontrano il sistema avvelenato dell’agroalimentare: a Terra Madre Salone del Gusto ne parliamo con Tiziana, Don Luigi Ciotti e Gian Carlo Caselli nella Conferenza Sapori fuori legge – Cibo, agromafie, contraffazioni. L’acquisto consapevole come pratica di legalità quotidiana.

A che punto siamo con la lotta alle agromafie?

05_09_Gastronomia liberaDEMASIAgromafie, ecomafie e agropirateria sono solo alcune delle parole che sono state coniate negli ultimi vent’anni per definire nuovi fenomeni criminali. I neologismi per i reati nell’agroalimentare ormai crescono come funghi, di pari passo con la crescita di questo settore, che da sempre interessa alle mafie per la sua redditività: «la loro logica è “piatto ricco mi ci ficco” – spiega Gian Carlo Caselli -: nell’agroalimentare c’è da guadagnare (e tanto), soprattutto giocando con carte truccate, che è la specialità delle mafie. E così ce le troviamo ovunque: dall’acquisizione dei terreni alla ristorazione, passando per produzione, trasformazione, trasporto, distribuzione e commercializzazione». «Per fare solo due esempi – gli fa eco Don Luigi Ciotti –, Matteo Messina Denaro aveva una percentuale alta in una catena di supermercati italiani ed è latitante da parecchi anni. E 34 ristoranti e pizzerie a Roma sono stati sequestrati dalla magistratura perché in mano all’ndrangheta calabrese» (qui il discorso completo).

«Il fenomeno del caporalato non riguarda solo il Sud Italia, è in crescita ormai dappertutto, come dimostrano le inchieste sul lavoro agricolo nei vigneti delle Langhe, del Chianti e nelle campagne di Latina», racconta Don Ciotti. E il consumatore fa sempre più fatica ad accorgersene: circa un terzo della spesa alimentare delle famiglie italiane finanzia, in modo diretto o indiretto, sistemi di produzione che operano fuori dalla legalità.

E la legge cosa fa? Per Gian Carlo Caselli nulla di buono: «L’attuale normativa è vecchia e piena di buchi, come fosse una groviera! Se qualcuno si chiede se convenga o no violare la legge vigente in campo agroalimentare, conclude che i rischi sono pochissimi e i vantaggi possono essere enormi».

Per fortuna qualcosa inizia a muoversi: secondo Don Ciotti «la riforma che è stata approvata al Senato in prima lettura il 1° agosto (noi ne abbiamo parlato qui) va a colmare una lacuna dell’attuale legislazione perché rafforza gli strumenti di contrasto al caporalato, colpendo i patrimoni con la confisca dei beni accumulati in modo illecito. In più per la prima volta estende la sanzione penale anche al datore di lavoro che utilizza, assume o impiega manodopera sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno. Adesso auspichiamo che la Camera proceda velocemente affinché diventi legge a tutti gli effetti, anche se un intervento legislativo da solo non è sufficiente perché la complessità del fenomeno richiede anche un’azione di prevenzione culturale ed economica: accanto a tutto questo, è imprescindibile un intervento sulle politiche attive del lavoro stagionale in agricoltura, sulla contrattazione collettiva e sul prezzo dei prodotti agricoli». Insomma non perdiamo le speranze, la strada è lunga ma si vede già la fine del tunnel.

Oltre al caporalato c’è di più: la contraffazione

05_09_Gastronomia liberaCASELLIL’Italian sounding è solo uno dei reati che fanno parte del grande calderone della contraffazione, un crimine che è un giro d’affari di quelli grossi, un business che vale 60 miliardi di euro l’anno. «Il consumatore può facilmente essere ingannato – spiega Gian Carlo Caselli -: ad esempio, ogni anno entrano in Italia tonnellate di alimenti prodotti in altri Paesi che poi finiscono in cibi presentati come italiani. I guadagni sono enormi, ma anche gli inconvenienti, perché è praticamente impossibile sapere qualcosa di questi ingredienti, che spesso non devono essere indicati sull’etichetta. Insomma, c’è una forte necessità di conoscere la provenienza e il modo in cui sono stati ottenuti, per evitare che abbiano subìto trattamenti da noi vietati perché nocivi. Fondamentale quindi una maggiore trasparenza, con una migliore regolamentazione della tracciabilità e dell’etichettatura».

Mai abbassare la guardia: cosa possiamo fare noi?

Il bello dei problemi complessi è che possono avere un ampio numero di soluzioni, una vasta gamma di azioni che se sommate danno vita alla migliore risoluzione possibile.

Gian Carlo Caselli risolverebbe tutto con l’etichetta narrante, cioè «un’etichetta che racconti la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità sui prodotti in questione. L’obiettivo è accompagnare il consumatore dal campo allo scaffale e poi alla tavola in modo che sia informato esattamente di che cosa beve e mangia a tutela della sua salute, della sicurezza alimentare e dei produttori e commercianti onesti».

05_09_Gastronomia liberaCIOTTIFocus sull’educazione dei giovani, invece, per Libera: «da sempre promuoviamo nelle scuole e con i giovani volontari dei campi di Estate Liberi, percorsi educativi sul consumo responsabile, quale principio per una cittadinanza responsabile», ricorda Don Ciotti. «La percezione che gli italiani hanno del caporalato è ancora debole. Per questo, Libera è stata tra i firmatari del Protocollo sperimentale contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura che prevede – oltre al miglioramento dei servizi ispettivi, dei presidi medico-sanitari e delle abitazioni – l’organizzazione di iniziative di animazione culturale e ricreativa finalizzate alla conoscenza reciproca, all’interazione sociale per le persone destinatarie degli interventi e per i cittadini residenti, e di iniziative in memoria delle vittime del caporalato».

«Lo scopo del mio lavoro artistico è spingere la gente a farsi domande, essere informata, assumendosi la responsabilità del proprio futuro attraverso scelte di acquisto sostenibili e legali – racconta invece Tiziana Di Masi -. Chi decide l’economia siamo noi e non dobbiamo delegare queste decisioni mascherandoci dietro il relativismo o la comoda inconsapevolezza. Non è affatto semplice ricostruire una filiera, nel momento dell’acquisto, ma se compriamo a occhi chiusi, emergenze quali il caporalato o la contraffazione non saranno mai risolte. La sensibilizzazione di chi acquista si otterrà soltanto facendo comprendere qual è il costo reale di quelle merci. Ogni volta che io acquisto un prodotto a un prezzo stracciato, significa che qualcun altro ha pagato per me».

 

Purtroppo i nostri consumi di frutta e verdura possono rivelarsi complici di questa vergogna [il caporalato, n.d.r.], perché è quasi impossibile avere la certezza che un pomodoro, un melone, un’anguria, un’arancia o una clementina non siano passate per quelle mani disperate. Di sicuro, se si sapesse, nessuno li comprerebbe. Quei lavoratori non sono liberi, e non lo siamo neanche noi. Anche questa, purtroppo, è gastronomia. Va liberata anche in tal senso.
(C. Petrini, Cibo e libertà. Slow Food: storie di gastronomia per la liberazione, Slow Food Editore)

 

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Di Francesca Monticone
f.monticone@slowfood.it


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