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La rivoluzione dell’orto


C’è un modo per voler bene alla terra che è alla portata di tutti. Basta un piccolo spazio, anche un semplice terrazzo o un balcone, tanta pazienza, voglia di imparare e di prendersi cura di quel che nasce e poi cresce. Facendo un orto, con la terra si instaura un rapporto intimo, naturale, appagante. L’orto è un generatore spontaneo di felicità, ed è spesso un piccolo, grande atto rivoluzionario.

A Torino, in questi giorni, è possibile comprendere appieno il significato dell’orto e i diversi ruoli che può alicewatersassumere andando a cercare alcuni esempi significativi sparpagliati per la città. Casa Ozanam, ad esempio, è un condominio abitato da associazioni e cooperative sociali che lo animano nelle diverse ore del giorno con le loro molteplici attività: il ristorante, l’ostello, le attività di doposcuola per i bambini, la palestra… e, sui tetti, l’orto e le api. Oppure c’è l’orto terapeutico inaugurato ieri alla Residenza Richelmy e realizzato in collaborazione con l’associazione Parco del Nobile. Un’alternativa può essere, ancora, quella di andare in piazza Palazzo di Città dove, insieme all’Urban Center, Slow Food ha allestito una mostra dedicata agli orti urbani del mondo. Da l’Havana a Los Angeles, da Berlino a Caserta, fino a tante città africane… Ovunque gli orti portano il loro messaggio rivoluzionario.

Anche dentro il Teatro Carignano, dove la Conferenza “La rivoluzione dell’orto” inizia tra le risate del pubblico. In alto, sullo schermo, vengono proiettate due citazioni, che raccontano gli orti in modo molto diverso: la prima, di Ron Finley recita “Piantate un po’ di merda”; la seconda, invece, dice “Noi mangiamo i nostri valori”. L’ha pronunciata Alice Waters, ispiratrice, con i suoi edible schoolyards, di tanti progetti dedicati agli orti, tra cui gli Orti in condotta di Slow Food nonché l’orto della Casa Bianca. «Il progetto Edible Schoolyard ha 21 anni di età ed è iniziato in modo imprevisto e imprevedibile, dopo un articolo in cui evidenziavo come il cortile di una scuola media di Berkeley fosse completamente abbandonato. Abbiamo iniziato nel modo più semplice possibile, cercando di attrarre la gente con un messaggio positivo. Oggi, nell’orto i bambini imparano tutto: a coltivare, a cucinare, ma anche il teatro, l’arte, la storia, la matematica… Se i bambini producono verdura, hanno voglia di mangiarla». In alto, sullo schermo, scorrono immagini di bambini al lavoro, felici. «Cinque anni fa abbiamo lanciato un sito web che raccoglie le buone pratiche in tutto il mondo: tante persone vi hanno inserito informazioni, dando il proprio contributo. Solo nell’ultimo anno negli Stati Uniti sono nati 1500 nuovi progetti di orti. Credo sia il momento giusto per cose di questo tipo».

ediemukibiMa gli orti non sono solo in America. Edie Mukiibi, vicepresidente di Slow Food, porta la testimonianza del progetto dei 10.000 orti in Africa. «Con gli orti in Africa vogliamo sostenere il nostro popolo, la nostra madre: la terra. Non si tratta di insegnare alla gente a coltivare – molti sanno già farlo –, ma di incoraggiarla a tener fede alle proprie pratiche. Siamo partiti da pochi orti, oggi ce ne sono oltre 3000 in 34 paesi, che dimostrano la forza e la capacità delle comunità africane. Spesso in Africa abbiamo un problema di leadership, soprattutto quando si parla di cibo, ma da questo progetto nuovi leader stanno emergendo». Edie parla di orti con gioia, conoscenza, speranza: «Ogni giorno nuove scuole e comunità vogliono entrare nella rete perché comprendono che avere un orto dà una possibilità di trasformazione sociale, sia dei ragazzi sia degli insegnanti, stiamo avendo un impatto forte, coinvolgente o credo. Quando nasce un orto di questo genere la vita cambia. La mia è cambiata, la vedo in modo diverso. Attraverso un orto si crea uno spirito di famiglia, si capiscono molte cose vere della vita».

Ron Finley è un guerrilla gardener, che coinvolge tutti con la sua spiccata ironia. Parla di merda, di letame, e di vita. «La vita viene dalla terra, così come la cultura, la agri-cultura. Il nostro bisogno è di recuperare questo rispetto, e dobbiamo rendere il giardinaggio, il coltivare una delle attività più sexy che si possano svolgere. A parte gli scherzi, io ho iniziato a coltivare perché cercavo del cibo sano, ma dove vivevo non mi era possibile trovarlo. Volevo un cibo iper-locale, a mia disposizione. Così ho iniziato a piantare un orto di fronte a casa, ma l’inizio è stato molto travagliato: denunce, mandati di arresto, lamentele dei vicini… E anche una certa notorietà. Alla fine ci sono riuscito: ho creato un piccolo ecosistema davanti a casa e questa azione ha avuto un’enorme risonanza. La notizia ha fatto il giro del mondo. Un orto va oltre le religioni, le razze, risveglia le persone (non solo i vicini), insegna a pensare, a progettare la vita che vuoi vivere, che è ben diversa da quella che i fast food e le multinazionali hanno programmato per te. Le piante per noi possono fare molte cose: producono addirittura rumori, anche se spesso non ce ne accorgiamo neppure. Calmano le persone. Ne abbiamo bisogno».

Ecco allora che parlare di orti è parlare di molte cose insieme, di cibo, di politica, di bellezza. Ecco che farli rappresenta una vera rivoluzione, in grado di risvegliarci tutti quanti.

 

Silvia Ceriani
s.ceriani@slowfood.it

Foto: Marco del Comune

 


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